Ho una teoria, assolutamente non basata su fatti reali ma solamente su sensazioni mie e pensieri privi di ogni tipo di fondamento o sistematica conferma empirica. La mia teoria è la seguente: ami di più la stagione in cui sei nato. Lo so, è folle. Comunque, io, che sono nata a fine luglio sono una tipa da spiaggia. Vorrei vivere in pareo e infradito, passando da una partita a beach volley a una spalmata di unguento super abbronzante a un mojito con sottofondo di musica chill out. Insomma, continuare a vivere a Torino, con il suo clima, è un atto di eroismo autolesionista da parte mia, che non tiene conto delle mie inclinazioni naturali. Spero che un giorno tutto questo cambierà, che aprendo la finestra vedrò il mare e che la cosa più pesante del mio guardaroba sarà un giubbotto di jeans. Chissà.
Da qualche giorno qui fa un freddo polare, con temperature record e n disagi collegati al gelo e al maltempo. Treni in ritardo, morti per ipotermia, case senz'acqua (gelata nei tubi), nè luce. Nonostante i guanti mi diventano le mani viola e a volte ho paura di perdere l'uso delle dita. Vorrei solo essere Mago Merlino nell'atto di recitare: Honolulu arrivo!, invece mi confronto con questa quantità abominevole di neve a cui è seguito di conseguenza il ghiaccio, visto che siamo ampiamente sotto lo zero come temperature. E tutti quelli che dicono: oh che bella la neve. Sì, la neve è bella se puoi godertela sciando o da dietro la finestra di una casa calda, con una tazza bollente di un qualche intruglio in mano. In città la neve non è bella, è un fastidio, un disagio, un rompimento di scatole. Ti inzaccheri completamente e se per lavoro devi andare in giro tutto il giorno ti tieni anche i piedi bagnati tutto il giorno. Non parliamo del guidare o del camminare sul ghiaccio, per cui finisce che guardi in continuazione a terra e chi guarda solo per terra si perde davvero moltissime cose, ma diventa una questione di sopravvivenza.
A me la neve fa venire in mente 3 cose:
1. il racconto L'anno del tempo matto di Stefano Benni, ambientato nel meraviglioso paese di Sompazzo.
2. Una nevicata straordinaria risalente ai tempi in cui andavo all'asilo in Corso XXV Aprile ad Asti, gruppo rosso. Traffico bloccato, strade impraticabili e io che aspettavo che venisse a prendermi mia madre stando in piedi su un davanzale (interno) delle grandi finestre del corridoio al piano terra dell'asilo, con la maestra Clelia che teneva un braccio intorno alle mie gambine di bambina. Poi arrivò mamma, perchè mamma arriva sempre, neve o no.
3. Un servizio di qualche anno fa del Tg3 Piemonte. Il nostro grande giornalista Gianfranco Bianco, la lingua più veloce del west, secondo me un uomo sempre desideroso di nominare la "Val Varaita" (vedi teorie senza fondamento in cui mi diletto), andava a Torino, in piazza Castello, dopo una gran nevicata a intervistare gli spalaneve. Tra loro, c'era un uomo marocchino. Bianco gli si avvicinò e gli chiese: "è la prima volta che vede la neve?". Domandone, non c'è che dire. Momenti di grande giornalismo. Il nordafricano, anche un po' spazientito, ché uno se è immigrato non è per forza cretino, rispose: "No, sono dieci anni che vivo in Italia". Ricordo che quel servizio mi turbò non poco. Ero davvero basita di fronte alla demenza manifesta di Bianco.
Ah, c'è un'altra cosa. Ogni volta che nevica in Italia, in maniera un po' più decisa della spruzzata di mezza giornata, ho come la sensazione che siamo preparati alla neve più o meno come il Burundi.

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